Il potere delle immagini

Un’ immagine comunica più di mille parole. Chiaro che va scelta a seconda del messaggio che si vuole trasmettere. Mi capita spesso di dover scattare foto o elaborare immagini già esistenti proprio a tal fine. Vi illustro qualche esempio:

Me at work

Ho scattato questa foto che ritrae una statuetta metallica regalatami da una cara amica. Rappresenta in maniera divertente l’architetto secondo l’immaginario comune, sempre intento a schematizzare, a progettare, a disegnare su carta quello che fino a quel momento c’era solo nella sua testa.

Esercizio indispensabile per poter concretizzare dei concetti e renderli comunicabili ad altri attraverso un codice condiviso (il disegno in scala, le proiezioni ortogonali ad esempio). Lo sfondo bianco, realizzato costruendo una scatola di cartone nella quale ho inserito la statua, crea una sensazione di isolamento e chiusura del soggetto nei confronti di ciò che sta all’esterno: questo perché in questa fase iper-creativa l’architetto-progettista si concentra solo sul progetto e su se stesso. Provate ad interagire con lui, vi risponderà (se lo farà..) con frasi la maggior parte delle volte senza senso, o incomplete. Vi sembrerà pazzo, ma non lo è. Sappiate che tutto, ma proprio tutto quello che vi circonda è stato pensato e progettato da persone con la stessa attitudine a risolvere problemi concreti in maniera creativa.

Ready to fly

Le condizioni ambientali, il saper cogliere un’occasione al volo o semplicemente la fortuna possono determinare il successo o il fallimento di una nostra iniziativa indipendentemente da quanto impegno vi abbiamo profuso. Triste dirlo ma è così. A volte non basta nemmeno la capacità di sapersi adattare rapidamente al mutare di queste condizioni, soprattutto quando si attraversa un periodo di crisi economica che non lascia presagire nemmeno il miraggio di una possibilità. Spesso dunque ci si trova ad un bivio: o si lascia perdere il proprio obbiettivo, al quale abbiamo dedicato la vita intera (anni di studio, formazione, pratica professionale e passione) oppure si prende il primo aereo e si parte sperando di trovare altrove condizioni più favorevoli. Consideriamo la prima ipotesi. Se si abbandona il proprio campo, si perdono anche i vantaggi che indubbiamente una pregressa esperienza nel settore comporta in termini di competitività ed efficienza. Ci si trova immersi in un nuovo ambiente lavorativo che non si conosce, e, con meno capacità e abilità acquisite grazie alla formazione sono necessarie per svolgere il lavoro in questione, tanto maggiore e spietata sarà la concorrenza e il numero degli aspiranti al posto. Il fattore discriminante tra noi ed un altro candidato può essere il solo sapersi accontentare di uno stipendio più basso e la disponibilità a ricoprire più ore di lavoro. Meno tempo libero significa anche meno tempo da dedicare alla ricerca dell’occupazione aspirata, e, ancor più grave, meno tempo da dedicare all’aggiornamento: se si abbandona un settore molto competitivo tornare sui nostri passi può davvero essere problematico soprattutto se nel frattempo sono intercorsi dei cambiamenti (tecnologici, legislativi) che rendono ormai obsolete le nostre competenze. Meglio dunque prendere seriamente in considerazione la seconda ipotesi. Non sto dicendo di salire letteralmente sul primo aereo e partire verso una destinazione ignota. Bisogna innanzitutto sfruttare al meglio i nuovi media facendo sapere al mondo intero delle nostre competenze ed aspirazioni. Dopo aver valutato le occasioni che siamo stati in grado di crearci con l’auto-promozione, possiamo a questo punto scegliere la meta, tranquilli che se dovessimo decidere di tornare, una volta mutate le condizioni che ci hanno costretto a partire, proprio in virtù della nostra esperienza maturata all’estero avremmo sicuramente migliorato le nostre capacità di inserimento ed esteso la nostra rete di contatti.

L’idea

Per raffigurare la seconda possibilità che ho sopra descritto, ho scelto di mettere insieme tre elementi: un aereo in partenza (il mezzo), il globo terrestre (la destinazione) ed una valigia (il sapere e l’esperienza che portiamo sempre con noi). Un amico mi ha fatto notare che il risultato finale assomiglia molto ad un logo di una compagnia aerea esistente.

L’elaborazione

Ho semplicemente accostato gli elementi che compongono l’immagine nella maniera che ritenevo più sensata, con il globo terreste che fa da sfondo all’aereo e alla valigia, alla quale ho aggiunto il mio logo attaccato come un adesivo rovinato. Ho poi convertito l’immagine in bianco e nero, simulando anche l’effetto di una vecchia foto usurata in modo da richiamare quelle foto anni ’30 che ritraggono gruppi di speranzosi italiani mentre si apprestano a sbarcare all’estero.

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